lunedì 18 agosto 2014


RACCONTO BAROCCO






Ovvero: il testamento del Gran Ragno Francisco Filippo Crocifero De La Mancia duca di Santa Ninfa Barone del Cassero Architetto della Fabbrica della Gran Tela.

Me ne andavo ciondolando di via in via, per strade e piazze, quasi come fanno certi cani, senza parere e senza fretta con le orecchie penzoloni ad annusar angoli e pertugi ove soddisfare l'impellenza e trovato l'angolo di lor gusto colà, con gran scroscio e visibile soddisfazione, svuotarsi dal liquido imbarazzo.


Discendendo il  Cassero, o Toledo, arrivai alla croce di città con le quattro bocche d'acqua. Vidi dal lato dritto un piccolo portale. Quasi umile e dimesso l'erto e oscuro accesso, coglieva di sorpresa il fasto dopo l'ingresso. Entrato vidi a sentinella giganteschi marmorei angeli nell'aere fluttuanti con turbinanti veli a regger catinelle. Tarsie rabeschi ed eburnei chiarori. Alti e bassi e tutti tondi i rilievi, di legno e marmo o semplice metallo, ed ori e fiori e bagliori con immenso policromo tappeto di pietre d'ogni sorta e provenienza. Stupore mi colse a tanto insospettato sfarzo celato dall'inganno della facciata spoglia che in fronte alla Vigliena quasi pareva indegno. Tal prodigio portava nome di santo povero e falegname, forse, si suppone, a ricordo dei pregiati legni esibiti al basito spettatore. 

Ancora stupefatto me ne uscii dalla silente e fresca penombra di cotanto manufatto, a manca svicolai rasentando la fontana detta Seralcadi. Arrivai in una strada intitolata a tal vicerè Duca di Maqueda Bernardino. Il detto vicerè che cronache maligne ci raccontano mai sazio di delitti e gran razzie per mari e per città. Egli, pare, che per misterioso e vendicativo  fato ebbe il fatto suo per mezzo di una cassa da lui sottratta e con i familiari in combutta, entro il castello normanno egli violò. Si narra che la cassa non contenne gemme come egli credette, ma un maleodorante defunto frollato dalla peste. Egli dunque morì, come fu giusto, per avidità e ladrocinio e per sua stessa mano nell'anno del Signore 1601. Così sottovoce si disse e così con discrezione noi riportiamo.
Le strade e le piazze si sa e sempre s'è detto, spesso per accidente o imperizia, per errore o convenienza, mala fede o vili dicerie, vengono intitolate a ceffi ritenuti degni e benefattori.
Titoli appioppati in abbondanza per sempiterno disdoro e scorno a  grassatori galeotti ed assassini muniti di patente. E il nostro duca di  Maqueda e vicerè era davvero un gran gaglioffo!
Dunque a cagion di questo metro lo nomarono esimio e benefattore, titoli del tutto meritati, suoi per diritto e gran talento.
Si sa e si comprende, ladro e benefattore coincidono in terra di pirati e predatori. 
E in Sicilia sommamente lo furono lo sono e lo saranno in gran numero e avito danno. 

Continuai il cammino senza meta per questa via, di balata in balata, calpestando le brillanti pietre che come opachi specchi incrostati e sporchi, sfregi e smozzicati dalla storia riflettevano il bagliore estivo rievocando, i dorati raggi, l'oro dei feudi profusi in quella via, le facciate barocche di sfarzo straboccanti, senza risparmio, imbarazzo o rimorso alcuno. Oro accansato grano a grano dai baroni, per ogni picciolo una goccia di sangue di villano, sangue spremuto come l'olio alla macina del sopruso per erigere palazzi e legittimare stemmi e armi dei casati. Nei giorni di in cui la pioggia le dilava, ancor più nitida l'immagine riflessa,  arcuati come pregni i balconi inferriati,  rigonfi per contener le gonne sotto cui stavan le vergogne delle panormite  stitiche nobildonne.


Arrivai a mezzo tra la crociata piazza e l'angolo della via di Sant'Agostino, m'attirò un triplice accesso un tempo maestoso e fiero che introduceva ad una chiesa un tempo eccelsa. Santa Ninfa eretta dai Cociferi e da tal padre Camillo De Lellis. Fatalmente santo.


Varcai l'ingresso accolto da un fulgido raggio mattutino a strapiombo nella navata e m'indicò sicuro il fu maestoso altare. Guardai intorno e tutto mi apparve come cupo ed offuscato. Subito alla destra un busto a ricordar qualcuno che vantava, a sua apical virtù, tanto denaro ed ammirata arte. Il busto del meschino mi parve in eccessivo chiaro scuro dalla polvere tornito e modellato, più che impolverato mi parve incoperchiato da tal cappa da sembrare feltro tessuto da secoli di polvere che un geologo avrebbe potuto analizzare per contare le ere lì compatte! E via, son questi i casi della vita. Tanti soldi ma non un cencio per lo spolvero, chè l'oro non è adatto a questo scopo!

Andando avanti per la navata opaca con scabro pavimento a scacchiera qua e là sconnesso arrivai al transetto accosto al presbiterio. Sembrava un anfratto pieno d'arredi e robe dismessi accatastati a mucchio l'un sull'altro  pronti alla vampa per San Giuseppe. Strizzando l'occhio nella penombra scorsi il monumento funebre e forse anche le spoglie di tal signora Lombardo Petronilla. Tutto in marmo rosso e  scolpiti grifi a far la guardia.  Mi ritrassi per meglio rimirare l'indegno angolo che sul sarcofago ponevano a mò di sgabuzzino ogni sorta d'oggetti di risulta e panche e sedie, e poco mancava, anche la scopa! Sui muri circostanti tutte le fogge del filo elettrico e interruttori erano presenti, quasi un museo di modelli e materiali e fogge di recenti antichità. Anche modelli ormai desueti e smessi d'amplificatori e vari marchingegni.


Sopra la testa in marmo di donna Petronilla tanto incrostata da sembrar testa di moro stavano tre putti a regger una cantoria. Neri di sporco da sembrare anch'essi morettini. Dal nasino dei paffuti putti pendevano delle trine fatte di fili di dinastiche tele di ragni. Strato a strato giungevano fin sopra l'acconciatura a sbuffi di donna Petronilla. Più che tele sembravan liane.


Muri scrostati, crepe e fessure nelle vetuste mura. I vecchi affreschi sbiaditi e spenti con fatica mostrano frammenti di colorati santi stinti dall'incuria. Ovunque legni rotti e muri in rovina, vaghi i ricordi di dorature, i bei dipinti di nordico pintore screpolati. Le statue facevano pietà più del Cristo dal Serpotta di stucchi ormai ingrigiti decorato!



Tra un transetto e l'altro si accedeva tramite una porta a botticella. M'incuriosì un quadro tutto nero che come decoro recava una scritta in oro, o tale doveva apparire quando fu incisa.

Era un curioso epitaffio sì a memoria, ma non di un umano, ma solo di obblighi e doveri dei padri a cui rimase l'oro di tal Francesco Maniscalco e Penzall'orto. Essi dovevano dispensar le onze in lascito ad  altre chiese per messe e rimembranze di feste e di defunti.

Era la tavola affisa nella volta del passaggio tra le cappelle del Cristo in croce sulla destra e il San Camillo alla sinistra e guardando in prospettiva dall'altro capo della navata si notava era affissa tra due baroni morti e lì sepolti come i due grifoni di Donna Petronilla messi a guardia a eterna evocazione di chi furono e quanto possedettero costoro.


In quella tavola era incisa la pecunia e le spettanze a color che avessero provveduto ai desideri del generoso deceduto. Curioso modo o forse accorta e furba  precauzione suggerirono al fu Francesco Maniscalco e Penzall'orto di render pubbliche e scolpite le pretese e come provvedere alle loro spese. Nessuno poteva così scordarsi o fingersi sbadato e con tal scusa intascar le belle onze di soppiatto onde gabbar il defunto e lo beneficato.


Rimuginavo dello strano caso che in luogo sì tristo e sporco in abbandono cotal  degrado vi fosse un affisso che parlasse di ataviche ricchezze con sacelli di baroni con tanto di blasoni in evidenza, uomini insigni e nobildonne. Il tutto decorato con opere d'esimi artisti, rari stucchi  statue e marmi e persino con reliquie di noti santi da molti venerati. 

Tornai a guardare tutte quelle tele, non quelle pinte da antichi maestri d'arte ma quelle, anche loro fatte con somma maestria, da schiatte di aracnidi pazienti e previdenti. Vidi a un tratto un ragno penzoloni, giusto dal nasino dell'affumicato putto discendeva sul volto di Donna Petronilla lì che in effige marmorea sembrava contrariata!

Udii ad un tratto una vocina fioca e delicata, quasi non si sentiva, o meglio, a sentirla ero sol'io! Lo notai dall'indifferenza intorno, sol'io udivo e tutt'intorno altri non vi badavano. Altre vocine udii, concitate e quasi trafelate.

- più su-
-no più a destra, tira!-
-aspetta ho quasi fatto!-
- attento a quello strappo, ricuci presto, altrimenti non regge il peso!-

La vocina ad un tratto chiamò proprio me.


Signore, ehi, dico a lei! Sì a lei! Si si, proprio a lei che che guarda così sdegnato il nostro tesoro!


A me? Risposi con stupore immenso. Proprio a me? E chi è che mi chiama? Tu ragnetto grigiastro che sali e scendi dall'immonda tela senza rispetto e garbo dalla testa di Donna Petronilla??


La voce s'adirò!- Ragnetto a me? A me che sono di nobil schiatta discendente? A me che incontrastato dirigo e regno nei miei possedimenti dagli avi tramandato?

A me che son Francisco Duca de La Mancia e barone del Cassero?!! Come osi tu villano?!!-

Come come? Un ragno duca e barone con tanto di feudo e blasone? Oh bella codesta novità! E da qual diritto e bizzarra convinzione scaturisce la vostra esternazione?


Rispose egli con fiero piglio - Da lasciti aviti e da incontrastato regno da secoli pacifico e oculatamente amministrato ed accresciuto chè i posteri ne godessero com'io ne godo, e mio padre prima di me e prima di lui generazioni infinite di suoi avi!-


Basito ascoltai e qui risposi con malcelato sdegno velato d'ironia: sembra quasi ch'ella abbia ricevuto testamento!!


- Si lo ricevetti! Come tutti i mie predecessori prima di me, non vede ella davanti agli occhi suoi? Non scorge forse sciorinato in abbondanza l'antico testamento in foggia ed in sostanza?-


Dove? Come?!


-Qui, innanzi a Lei, intorno sopra e sotto! Visibile e tangibile, di nobile fattezza, frutto di lavoro sapiente certosino e di costanza! Orgoglio e vanto e grande godimento di tutti i figli miei e dei parenti!-


Come? Diss'io. Ho ben capito? E questo velo lurido che dichiari tuo diritto avito?


- Si diss'egli: quello che tu chiami luridume per noi è cielo è mare è terra, è giardino è montagna è regno, estasi, è l'Eden!-


E dov'è scritto il Vostro testamento caro barone e duca? Io non lo veggo!


- l'avete appena veduto e con villana derisione criticato, voi! Misero tapino!!-


Le tele? Le ragnatele? La ridondante polvere, lo sporco e incrostazioni e ragnatele bigie a mò di cortine a traforo e merlettate, pendenti da cimase in mal'arnese sconnesse e penzolanti? Possibile? Son questi i vostri possedimenti e feudi in lascito acquisiti? Codesta lordura, 'ngrasciata e 'ntartarata che intacca e deturpa  le opere di sommi artisti e monumenti ai nobili defunti? Son dunque queste sozzerie che tanto son di vostro godimento e vanto? E financo l'esibite?!


- E quali a vostro dire, dovrebbero essere le richezze da esibire? A qual metro misurate la bellezza e la sostanza? Cosa intendete per decoro e magnificenza? Datemi contezza del vostro asserire -


Oh che domande! La bellezza l'ho appena rimirata poche balate più in là, tutta risplendente d'ori e marmi, pulita cattedrale degna di nobili cristiani pii e timorati e di santi venerati. Non una crepa, non un velo di polvere o granello di d'intonaco scrostato, nulla! Splendido bagliore. Testimonianza di profusione senza risparmio di nobili famiglie e di munifiche donazioni a ricordo delle anime che tanto generose furono!


- Si? Ella lo crede chè quella è ricchezza e testimonianza d'amorevole e d'ossequiosa fede e ialina virtù? Orsù, ci pensi! E rifletta bene. E' quella la generosità? Cosa è costato a quelle antiche anime? Il sudore misto a sangue dè loro servi? Che gran sforzo han fatto tutti costoro!! E che vita ne rimane? A chi cagionan giovamento e nutrimento? Chè forse i miei simili possono trovar vita e ristoro in luogo tanto ostile? Per noi quella è orrenda morte, è fame e stenti, orrida landa di carestia!-


Come! Morte? Tanto sfavillio e lucore paragonato a mortifero deserto?


- Si guardi intorno, e rimiri bene. Veda ella il frutto di amore e dedizione profuso dai miei avi, tramandato e rinnovato in diuturno lavoro senza risparmio, per il bene, e mai per il male! Ricchezza accumulata, frutto di lavoro che non costò alcun sacrificio per nessuno, nessun cristiano pianse o ne morì. Qui sol delizia e abbondanza per chi fu chi c'è e ci sarà. Ella la chiama grascia, squallida lordura, degrado e vergogna di chi fù e che lasciò le belle onze d'oro e di chi ha sacelli e monumenti eretti a loro decoro ed eterno ricordo. Persino inciso con carattere d'oro. Ne mangiano i loro discendenti? Ne mangiate voi? Ne godete? Voi no ma io sì! Quella che voi chiamate orrenda rovina per me e la mia schiatta è somma gioia e ricchezza. Riflettete.


Me ne uscii all'ora più calda camminando sulle solatie balate, riflettendo sulle parole dell'aracnide duca  Francisco e convenni con esso su ciò che è e ciò che appare, inganno e miraggio, surreale e fantastico mutare del pensiero... quella ch'io credetti orribil decadenza altro non era che estrema benevolenza.



Alba La Mantia




Omaggio alla mia Palermo che tanto amo.

Nella foto:"L'elenco degli Obblighi Perpetui" affisso nella chiesa di Santa Ninfa Dei Crociferi in via Maqueda.























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