giovedì 4 settembre 2014

QUALCUNO VOLEVA DIVENTARE SANTA: CI MISE TANTO IMPEGNO

Alba La Mantia - acquerello



Qualcuno voleva diventare santa. Ci mise tanto impegno.

Motivazioni

Esser santi non sempre è una condizione naturale. E' vanità al suo apice estremo è 
un'erta vetta, richiede dedizione e sacrifici inenarrabili. Vanità alimentata al miele dagli 
elogi e dissetata dall'ambrosia dall'autocompiacimento. Per poter ottenere e ambire la
santità occorre un ego affetto da elefantiasi, bulimico, inguainato di cattiveria come un
leggings in latex, somigliante ad un serpente strisciante che avanzando dissecca tutt'intorno a sè.
Altro elemento essenziale e imprescindibile per rapinare l'anelata aureola
sono i loro disgraziati beneficati, le vittime necessarie.

L'antefatto

Qualcuno, fu una donnetta rinsecchita, uncinata sotto il peso della sua cappa in lana pesante color grigio topo, fatta a crochet dalle sue stesse manucce da rapace, scevre di carezze su villosa pelle mascolina o sodi muscoli virili, ricoperte di pelluccia fredda e scolorita, già in via di mummificazione in vita, se mai lo fu. Arrivava inesorabilmente puntuale e cominciava il rito della spoliazione e della vestizione, o viceversa cambiando l'ordine. Entrava e usciva dalla scuola esattamente come nulla entrò o uscì da lei. Unico andirivieni a lei conosciuto. Rito che nelle sue intenzioni doveva apparire naturale e che in realtà era quanto di più vicino c'era al sordido osceno esibizionismo. Aveva inizio poggiando sulla cattedra, con la delicatezza di un prete che porge l'ostia consacrata nella labbra tremule di un moribondo, la sua rattrappita cartella di pelle. Luttuosamente nera, misteriosamente sottile, leggera, dall'apparenza vuota. Lo faceva con un gesto quasi di timorosa reverenza con le storte gambucce inviolate e speranzosamente tremebonde. Si toglieva il cappottino grigio topo di campagna e il foulard di lanetta a fiori marrone e grigio che le dava l'unica parvenza di rotondità alle guance concave. Con puntiglio metteva il cappotto sulla stampella e il foulard appoggiato sopra, posizionava con la circospezione di un artificiere la stampella sull'attaccapanni. A quel punto lentamente indossava il suo grembiule di raso nero abbottonandolo meticolosamente, dagli stinchi fin sotto il mento, azione eseguita con lenta inquietante violenza, con laido gusto, bottone dopo bottone, mai con distrazione o automatismo, vigile e coscientemente sadica, implacabile, che non un solo millimetro di pelle rugosa avesse libera uscita o godesse di luce diurna! Captivus derma!
La crocchia a palletta, misera e flaccida come un'albicocca vizza. Ovviamente grigia.
Tutto come prescritto nel manuale in edizione economica Della Perfetta Santa edito dalla Bizzocchesadomaso &Co.

Il manuale parlava chiaro: per ottenere la santità occorrevano sacrifici umani! Naturalmente non dell'aspirante Santa, ammesso che lo fosse!

I capitoli

Primo capitolo
Il primo capitolo del manuale delle aspiranti sante era dedicato al mestiere più adeguato per avere vittime sempre comodamente a portata di mano. Si consigliava vivamente di fare la maestra delle elementari. Si aveva tempo a disposizione per applicare il metodo certosino col quale trasformare un bambino, possibilmente vivace e gioioso, in una vittima, nei casi più trascurabili e dozzinali. In caso di un successo accettabile, trasformarlo in una vera carogna. In caso di tripudio, in un assassino. Sarebbe stata l'apoteosi se lo si trasformava in un killer seriale!

Secondo capitolo
Trattava la scelta dell'attrezzatura o, i ferri del mestiere. Qui si poteva spaziare ed era il punto nevralgico del programma, il punto in cui chi aveva talento o particolari doti sadiche, poteva farne sfoggio e poteva, addirittura, gareggiare con le altre aspiranti sante.
La munizione preferita dalle bizzocche con diploma magistrale ed ermeticamente scudate da raccomandazione presso il ministero da parte del parroco era il Martirologio e i suoi devastanti esempi, i libri per ragazzi delle Edizioni Paoline, e alle bambine, citare ossessivamente Santa Maria Goretti....chissà perché...
Altra ferraglia da offesa erano gli occhi. Solitamente inafferrabili: micidiali quando, avendo puntato la vittima, si posavano come avvoltoi sul povero bimbo come a ghermirne il puro cervello, fino a quel momento pensante, e nei casi più biasimevoli, addirittura agghindato di dignità e autostima.
Decisione. Quel bambino avrebbe avuto la carità, le attenzioni salvifiche, le cure dalla sacrificata per l'altrui bene. E per il bambino era la fine.

Terzo capitolo
Come far pesare il bene ricevuto, e quanto farlo pesare, e come questo bene, per il beneficato, sarebbe stato motivo per maledire l'esser nato nello stesso pianeta della sua benefattrice. E a quel punto, in nuce la consapevolezza, nella mente del bambino, dell'esistenza del delitto! La coscienza della possibilità dell'uso delle armi da fuoco e da taglio...la vendetta!
Anche il beneficato doveva attenersi a standard ben precisi, rigidi, e raramente derogabili.
Come primo requisito il beneficato deve avere massimo 7 anni, essere povero, parlare male la sua lingua, una pagella con voti disastrosi. In oltre: madre e padre impegnati a sfamare la prole con scarsi risultati, meglio, molto meglio se alcolizzati e disoccupati, l'optimum se fossero stati cenciosi.

Una pacchia, una prateria immensa per scorrazzare nel cervello del bambino prescelto!

Dopo l'accurata lettura e lo studio approfondito del manuale si passa alla pratica, all'azione sul campo.

Primo passo: posizionare il bambino al penultimo banco.
Ai primi banchi solo bambini provenienti da famiglie agiate, meglio se figli unici. Pettinati leccati, lucidati a specchio, con enormi fiocchi artisticamente annodati, con scarpe sempre in ottimo stato, lucide dalle punte non scolorite, non sformate o scorticate. Cartelle comprate all'inizio dell'anno, studiosi o apparentemente studiosi, con ottimi voti o dati sulla fiducia e dall'obbligo dell'apparenza a famiglie conosciute: quella del direttore della scuola, per esempio, o figli di altre maestre, colleghe della futura santa. Cattolici che sapevano il Credo e l'Atto di Dolore a menadito, recitandoli velocemente, meccanicamente, senza un'incertezza, un balbettio. Questi bambolotti avevano sempre un'ottima e nutriente merenda dentro la cartella. Non avevano mai fame, qualche volta mostravano appetito, ma così, distrattamente.

Il bambino deve espiare la colpa di appartenere ad una razza inferiore.
Secondo passo: la privazione.
Mettere il beneficato almeno una volta a settimana dietro la lavagna e privarlo la sua misera merenda, generalmente consistente in due fette di pane raffermo con un velo di marmellata o formaggino, posizionato esattamente al centro e con i bordi fiscalmente asciutti!

Tutto ciò che è suo è disprezzabile

Terzo passo: l'umiliazione.
Leggere ad alta voce il suo tema in classe e far notare alla scolaresca tutti e trentacinque errori segnati in rosso suscitando l'ilarità trattenuta degli altri scolari, ilarità tollerata solo in quell'occasione e in quella forma perché funzionale al raggiungimento dello scopo, altrimenti ridere sarebbe stato esecrabile e mortale intorno all'aspirante santa.

Era nata per soffrire e far soffrire, mica per godere!

Quarto passo: Le false speranze.
Far baluginare nella mente del beneficante, ottenebrata dallo stillicidio delle umiliazione, la possibilità, remota ma possibile, di un miglioramento generale con il raggiungimento di un iperbolico 6/2 e, in caso di buona volontà e dimostrazione di stoica applicazione, persino ambire al terzo banco! Naturalmente con la tacita accettazione del quotidiano dileggio e del sofferto sorrisetto ironico e sconsolato affiorante nelle guance gessose della maestra, l'aspirante santa. E con simili alunni c'erano ottime possibilità di successo.

Occorrevano metodo pazienza e perseveranza. Li aveva!

Quinto passo: insinuarsi nella vita privata del bambino.
Chiamare a colloquio la madre almeno una volta ogni due settimane. Riversarle addosso, discretamente, sottovoce, con rammaricato dispiacere personale tutti i deficit educativi, di personalità e scolastici del figlio, accennando senza soffermarsi esplicitamente sull'aggravante della carenza di pulizia e decoro nel vestire. Colpevolizzandola. Inculcando alla madre con candore che se c'erano tutti questi problemi, i motivi non potevano che essere essenzialmente due: che lei era una cattiva madre e l'infimo quoziente intellettivo del di lei figlio. Quindi doppiamente colpevole!

La madre usciva dalla scuola con la certezza di avere per figlio un rifiuto umano!

Sesto passo: il controllo fisico.
Quel bambino non doveva mai alzarsi dal banco motu proprio. Controllare che non andasse in bagno più di una volta al giorno per far pipì e in caso di defecazione infliggergli il tomento del diniego con la scusa della dubbia doppia emergenza. Saltare era azione da dannazione eterna tra le fiamme. Mangiare la sua misera merenda? Ecco il punto cruciale. Far notare con raccapriccio che il bambino era avido! Mangiava con movenze animali, con laido piacere e velocemente! Intollerabile.

D-i-s-g-u-s-t-o-s-o!


Settimo passo: la carità.
Nulla più della carità fa male. Brucia come una fiamma ossidrica puntata dritto al cuore, specie se non è richiesta, soprattutto se è ostentata, imposta, pubblica, plateale. E se il beneficato deve esibire il bene ricevuto nutrendo sentimenti ostili, è a quel punto che nel suo cervello il seme della colpa da gracile virgulto di mala pianta diventerà una sequoia!

...il bambino vorrebbe già morire...

L'epilogo

L'azione
Nella scuola si organizzano raccolte di abiti per gli indigenti. Qualcuno sollecita i bambini delle famiglie più agiate a donare gli abiti smessi dei loro figli. Il bambino beneficiante si chiede perplesso perché Qualcuno, aspirante Santa, non si rivolge mai a lui ma sempre a chi è assiso nelle fila dei primi banchi. Appare misteriosa l'esclusione delle metà posteriore degli occupanti dell'aula. Ma poi tutto gli è chiaro.
Arriva il giorno in cui i “fortunati” portano gli abiti usati. Qualcuno con movenze lente e sussiegose, come ad espletare una sgradevole impellenza, sciorina con le sue rapaci manucce quegli abitini frusti, spiegazzati, puzzanti di naftalina e muffa, tirati fuori chissà da quali recessi, a malincuore e forzatamente quel magline scolorito o quello smilzo cappottino buono per un bimbo dell'asilo. Alcuni pantaloni con le toppe, due sciarpe fatte a mano che avevano già strozzato diverse generazione e, ormai perduta la lanugine, non eran più buoni nemmeno a far da spago per una valigia di cartone. Una gonna di rozza lana a pieghe. Nera, con delle righe gialle a formare enormi scacchi, impossibili non notarli e con un grosso buco peloso e sfrangiato, esattamente al centro.

Qualcuno guardò la gonna, poi la bambina, un perfido sorriso le illuminò le lamellate labbra!

Vestire gli ignudi.
Gli occhi di Qualcuno abbrancarono lubricamente la bambina e poi, calando con studio le incartapecorite palpebre, calcolò la circonferenza del buco. Un accenno di sorriso, pregustava il sollazzo, e la chiamò alla cattedra per pascersi dell'umiliante scena che aveva preparato.
La bambina sorpresa va alla cattedra, ascolta ma non capisce.
- Che cosa? -
-Cosa devo prendere?-
- Cosa devo provare?-
- Spogliarsi. Lì!-
-Togliersi la sua gonnella a cannoncini di lana azzurra cucita dalla mamma ?-
-Devo obbedire?!-
Obbedì. Era lì, davanti alla cattedra, al centro delle tre file di banchi. Ventitrè teste iclinate e protese con quarantasei occhi attenti la guardavano.
Dritta, ipnotizzata da tutti quegli occhi interessati e seppe, in quel preciso istante seppe che lei era povera, ma non una povera qualsiasi ma una che aveva bisogno della gonna della compagna del secondo banco, bambina non agiata ma non classificata come poverissima, la sua famiglia poteva benissimo privarsi di un capo rovinato, brutto, da buttare via e che in quel caso, una vera risorsa per l'insperato aruffianio. Era lei la bambina da vestire e nutrire con la beneficenza e a cui dare, e non chiedere. Si guardò; si vide. Non si era ancora mai vista, non ci aveva mai pensato ad essere, non sapeva di essere e non sapeva che si poteva essere qualcosa in un modo o in un altro. Quel giorno ebbe coscienza di se stessa.

Quel giorno seppe anche di essere diversa. Vergogna.

Varcare la soglia della santità.
La bambina torna a casa con quel buco con intorno della rozza lana nera a righe gialle.
Scontenta. La mamma le dice che tutto sommato, non è male, che le hanno fatto un regalo e che non è educato rifiutare! Le dice che Qualcuno, la sua buona maestra, ha avuto un pensiero gentile a preoccuparsi per lei. La bambina insiste; quel regalo non le piace! Non sa perché ma le fa male, protesta. La mamma a quel punto cede...anche lei ci sta male ma che si può fare? Qualcuno si potrebbe offendere e, come le ha fatto capire poco velatamente, potrebbe abbassarle i voti e aumentare i castighi dietro la lavagna e senza merenda. Poi anche la mamma cede e le dice che quella maestra offende anche lei ma, vedi cara, siamo poveri sì, ma non così poveri come la maestra pretende. Non abbiamo bisogno della carità ma Qualcuno non vuole sentire ragioni. Ha deciso che deve occuparsi di te.
E allora, fallo per la mamma, domani, indossa questa gonna, facciamola contenta, almeno per un paio di volte !
- No!
Una volta soltanto, fallo per me – supplice
- No e no!
Per favore....
- Una vola sola....

La indossò

Il marchio
La bambina va a scuola con la gonna a quadri rammendata. Sotto il grembiule luttuoso affiorava un'abbondante spanna di gonna con quelle inconcepibili righe nere. Nero l'umore. Varcata la soglia avanza tra le due fila di banchi, la precedente proprietaria della gonna inclina la testa facendo penzolare le sue lunghe trecce e a voce altissima l'apostrofa:
hai la mia gonna!-
Qualcuno, emise un sospiro, quasi un soffio, si credette persino sorridesse! La sua opera era finalmente compiuta. Aveva operato per il bene, aveva un beneficato, poteva finalmente dire di essere arrivata alla meta.

La bambina si raggelò...e ancora lo è....

Alba Rita La Mantia



A Qualcuno, di mestiere maestra.


















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